Cimitero Monumentale di Alessandria
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Urbano Rattazzi

1808–1873

Urbano Rattazzi Nato ad Alessandria il 20 giugno del 1808. Morto a Frosinone il 5 giugno del 1873; uomo politico.

Avvocato, venne eletto deputato (aprile 1848) nel primo parlamento subalpino di Carlo Alberto.

Ministro dell’istruzione prima e dell’agricoltura e commercio poi, nel governo Casati (formatosi il 27 luglio 1848)

Fu relatore nel giugno 1848 del progetto di legge per l’annessione della Lombardia e di alcune province venete al Piemonte, opponendosi con successo a emendamenti sfavorevoli alle posizioni dei lombardi che volevano, dopo la fusione, la formazione di una consulta e la convocazione di un’assemblea costituente.

Dopo la caduta del governo all’armistizio di Salasco divenne il principale leader del centro sinistra, dopo essersi separato dalla estrema, e si battè per la sollecita ripresa della guerra contro l’Austria, appoggiando Cavour, allora nel Parlamento subalpino la guida del centro moderato.

Rattazzi in questo periodo assunse anche un atteggiamento intransigente nei confronti delle autorità ecclesistiche del suo Paese, minacciandole anche di arresto, qualora nelle prediche in chiesa non avessero cessato di attaccare le nuove istituzioni liberali del Piemonte Albertino.

Nel ministero Gioberti, Rattazzi fu guardasigilli, ma entrò in contrasto con il governo quando fu progettato un intervento militare in Toscana per restaurarvi il granduca. Si dimisero entrambi, ma Vittorio Emanuele accettò quelle di Gioberti e respinse quelle di Rattazzi che rimase ministro degli interni anche nel successivo governo Chiodo (21 febbraio 1849) poi travolto dal disastro di Novara.

Capo dell’opposizione di centro-sinistra durante i governi moderati, Rattazzi nel 1852 (con la carica di Presidente della Camera) si avvicinò al centro-destra da quel momento guidato da Cavour.

Da questo accordo ebbe l’avvio quell’operazione politica chiamata il “grande connubio”. Vicepresidente della Camera in marzo, poi Presidente in maggio. Nell’ottobre 1853 lasciò questa carica per entrare come ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Cavour legando il suo nome alle leggi sulle corporazioni religiose (1854) e sui beni ecclesiastici (1855) oltre a numerosi provvedimenti che caratterizzarono l’assetto politico-amministrativo del nuovo stato italiano. Nello stesso 1855 era passato al ministero degli interni che aveva già retto ad interim dal marzo 1854.

Questa intensa attività di riforme gli attirò le ire della destra e l’avversità dei moderati, fino a quando nel ‘57 Cavour stesso non si vide costretto a invitare Rattazzi a ritirarsi dal Governo.

Dopo il risultato delle elezioni del novembre 1857 (successo della destra clericale e reazionaria) inviso da Napoleone III e ai clericali, Rattazzi - come detto sopra- dovette uscire dal governo, in seguito all’accusa di non aver preso le misure necessarie al (fallito) tentativo insurrezionale mazzininiano (Sapri-Pisacane).

Ma è il momento in cui entra in buoni rapporti con Vittorio Emanuele.

Eletto nuovamente presidente della Camera nel dicembre 1858, staccatosi da Cavour (ribelle-dimissionario), dopo la pace di Villafranca entrò nel Ministero La Marmora, come ministro dell’interno ma anche come protagonista della nuova politica sabauda. Nel 1861 è nuovamente presidente della Camera.

Notevole nel contempo il suo operato sull’Ordinamento Giudiziario.

Dopo la morte di Cavour, e il fallimento della politica (pasticciona) del Ricasoli, iniziano gli anni difficili, e il Re il 3 marzo del 1862 chiamò Rattazzi (la persona più adatta in quel particolare momento - questione romana, Venezia, partito d’azione ) a formare il nuovo governo come presidente del Consiglio, pur conservando il ministero degli interni, e a interim anche quello degli esteri (quest’ultimo lo lasciò nell’aprile successivo quando si sparse in Europa l’allarmante voce di una ritorno di Garibaldi sulla scena per il recupero di Roma e Veneto).

Garibaldi si sentì incoraggiato dal re e dal governo nelle sue iniziative volte alla liberazione di Roma; ma lo scontro di Aspromonte (agosto 1862) tra Garibaldi e le truppe regie - inviate ad arrestare la marcia dell’esercito garibaldino verso Roma - oltre che a essere ferito, segnò la fine delle illusioni.

Attaccato duramente dalle sinistre e dalla maggioranza di destra, piuttosto che andare al voto, Rattazzi il 10 dicembre 1862, preferì dare le dimissioni.

Tornò al governo il 10 aprile del 1867 come presidente del Consiglio (e interim delle finanze), ma la sua azione si chiuse ancora con un insuccesso sulla questione romana, e ancora una volta il suo ministero fu molto breve e agitato, nell’ ottobre dello stesso anno era già terminato.

Il suo atteggiamento nei confronti di Garibaldi, con i suoi tentativi insurrezionali, fu ritenuto sempre piuttosto ambiguo. Lasciò una certa libertà di manovra al partito d’azione intenzionato a organizzare una rivolta in Roma. La rivolta non ci fu, e furono invece i garibaldini guidati dal figlio di Garibaldi, Menotti, a entrare nuovamente in azione, preoccupando non poco Rattazzi per una possibile reazione francese. Preoccupazione che aumentò quando Garibaldi pur sotto sorvegliaza a Caprera riuscì a fuggire dall’isola per poi unirsi alle fedeli truppe del Lazio.

In quel frangente cercò inutilmente di convincere il Re ad inviare truppe piemontesi nel papato per impedire l’intervento francese, o creare una crisi che avrebbe consentito al Governo italiano di trarre profitto. Tuttavia -come detto sopra- aveva già fermato Garibaldi sull’Aspromonte, impedendogli di dirigersi verso Roma, e forse o sicuramente a causa delle forti pressioni internazionali era deciso a fermare anche questa seconda volta Garibaldi.

Ma, avvertendo che sia l’esercito sia la pubblica opinione non avrebbero tollerato in quel momento un nuovo arresto del popolarissimo Garibaldi, preferì questa volta, in ottobre, dare le dimissioni, lasciando il posto di primo ministro al generale Luigi Federico Menabrea. Continuò tuttavia ad essere un leader autorevole dell’opposizione parlamentare, tenendo con abilità e intelligenza sempre insieme le varie correnti di sinistra. Tuttavia per quanto assiduo alle sedute della Camera, non troverà più occasione di riemergere e tornare alla ribalta della vita politica nazionale.

Nel 1870 le truppe regie, colsero il momento meno felice della Francia impegnata contro i tedeschi, ed entrarono a Roma (Porta Pia) prendendo possesso della nuova “Capitale”, com’era stata proclamata Roma, per volontà di Cavour fin dal 27 marzo 1861.

Rattazzi che aveva fallito due volte il tentativo di risolvere diplomaticamente la questione romana, assitette al fatto d’arme che l’aveva risolta in un altro modo.

Rattazzi dimenticato da tutti, all’età di 65 anni, morì tre anni dopo, a Frosinone, il 5 giugno del 1873.

Con Cavour è considerato uno dei migliori statisti di tutto il periodo risorgimentale.

Urbano Rattazzi e Maria Letizia Bonaparte Wyse

Urbano Rattazzi e Maria Letizia Bonaparte Wyse

Urbano Rattazzi morì a Frosinone, il 5 giugno del 1873.

Opere

Ritratto di Urbano Rattazzi

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