Giacomo Matteotti (lapide alla memoria)
Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano, segretario del Partito Socialista Unitario, formazione nata da una scissione del Partito Socialista Italiano.
Fu rapito e assassinato da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, probabilmente per volontà di Benito Mussolini, a causa delle sue denunce dei brogli elettorali attuati dalla nascente dittatura nelle elezioni del 6 aprile 1924, e delle sue indagini sulla corruzione del governo, in particolare nella vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Matteotti, nel giorno del suo omicidio (10 giugno) avrebbe dovuto infatti presentare un nuovo discorso alla Camera dei deputati - dopo quello sui brogli del 30 maggio - in cui avrebbe rivelato le sue scoperte riguardanti lo scandalo finanziario coinvolgente anche Arnaldo Mussolini, fratello del duce. Il corpo di Matteotti fu ritrovato circa due mesi dopo.
Biografia
Gioventù
Il nonno del politico, il calderaio Matteo Matteotti, era originario di Comasine, nella Val di Peio, in Trentino, da dove si era trasferito a Fratta Polesine nel 1859, l’anno stesso della sua morte. Suo figlio Girolamo (1839-1902) portò avanti e allargò l’attività paterna: commerciante in ferro e rame, aveva investito i profitti in case e in terreni, e raggiunse un’invidiabile posizione economica. L’accusa rivolta al padre di aver costruito la sua fortuna prestando denaro ad interesse proveniente dalla stampa cattolica locale di quegli anni, avversaria del figlio socialista, e non è mai stata definitivamente provata.
Giacomo Matteotti
Il 7 febbraio 1875 Girolamo sposò Lucia Elisabetta Garzarolo (chiamata comunemente Isabella). Ebbero sette figli, quattro dei quali morirono in tenera età: degli adulti, Giacomo Lauro fu il secondo, dopo Matteo (1876-1909) e prima di Silvio (1887-1910), e l’unico a sopravvivere ai fratelli, morti ancor giovani di tisi. Tutti i giovani Matteotti si impegnarono in politica nelle file del Partito socialista, seguendo l’esempio del padre che era stato consigliere comunale di Fratta Polesine dal 1896 al 1897. Matteotti frequentò il ginnasio “Celio” di Rovigo e fu compagno di classe del suo futuro avversario politico cattolico, Umberto Merlin.
Si laureò in giurisprudenza, all’Università di Bologna, nel 1907 ed entrò in contatto con i movimenti socialisti, nei quali divenne ben presto una figura di spicco. Durante la prima guerra mondiale, in cui non fu arruolato in quanto unico figlio superstite di madre vedova, si dimostrò un convinto sostenitore della neutralità italiana. Le sue posizioni antimilitariste e il suo attivismo contro la guerra gli costarono l’allontanamento dal Polesine per tre anni e il confino in una zona montagnosa nei pressi di Messina. Nel gennaio 1916 aveva sposato con rito solo civile la poetessa romana Velia Titta, sorella del baritono Titta Ruffo. Nel 1918, mentre era ancora in Sicilia al confino, nacque a Roma il suo primogenito Giancarlo, che seguì le orme del padre dedicandosi anche lui all’attività politica.
Primi passi in politica
Filippo Turati, decano dei deputati socialisti riformisti
Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919, in rappresentanza della circoscrizione Ferrara-Rovigo. Fu rieletto nel 1921 e nel 1924, e veniva soprannominato Tempesta dai suoi compagni di partito per il suo carattere battagliero ed intransigente. Dopo i fatti del dicembre 1920 a Ferrara divenne il nuovo segretario della camera del Lavoro cittadina, e questo produsse un rinnovato impegno nella sua lotta antifascista, con frequenti denunce delle violenze che venivano messe in atto. Nel 1921 pubblicò una famosa “Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui si denunciavano, per la prima volta, le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale delle elezioni del 1921.
Nell’ottobre del 1922 Matteotti fu espulso dal Partito Socialista Italiano con tutta la corrente riformista legata a Filippo Turati. I fuoriusciti fondarono il nuovo Partito Socialista Unitario di cui Matteotti divenne segretario. Nel 1924 venne pubblicata a Londra, dove Matteotti si era recato in forma strettamente riservata nell’aprile di quell’anno, la traduzione del suo libro Un anno di dominazione fascista, col titolo: The Fascists exposed; a year of Fascist Domination, in cui riportava meticolosamente gli atti di violenza fascista contro gli oppositori.
Nella introduzione del libro esplicitamente ribatteva alle affermazioni fasciste, che affermavano l’uso della violenza squadrista utile allo scopo di riportare il paese ad una situazione di legalità e normalità col ripristino dell’autorità dello Stato dopo le violenze socialiste del biennio rosso, affermando la continuazione delle spedizioni squadriste contro gli oppositori anche dopo un anno di governo fascista. Inoltre sosteneva che il miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del paese, che stava lentamente riprendendosi dalle devastazioni della guerra, era dovuto non all’azione fascista, quanto alle energie popolari. Tuttavia, ancora secondo Matteotti, a beneficiarne sarebbero stati solo gli speculatori ed i capitalisti, mentre il ceto medio e proletario ne avrebbe ricevuto una quota proporzionalmente bassa a fronte dei sacrifici.
La contestazione delle elezioni
Il 30 maggio 1924 Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte (un deputato fascista, Giacomo Suardo, abbandonò l’aula per protesta) Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« […] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. »
(Giacomo Matteotti)
Giacomo Matteotti, nell’ultima fotografia scattata prima dell’omicidio
Terminato il discorso disse ai suoi compagni di partito:
« Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
(Giacomo Matteotti)
In un’altra occasione aveva pronunciato una frase che si sarebbe rivelata profetica:
« Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai »
(Giacomo Matteotti)
La proposta di Matteotti di far invalidare l’elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti. Renzo De Felice ha definito “assurda” l’interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all’invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i “collaborazionisti” socialisti. Una volontà di opposizione intransigente che aveva già espresso in una lettera a Turati precedente alle elezioni:
« Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio dev’essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e libertà, (…) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano.” »
(Giacomo Matteotti)
In questa sua intransigenza - tuttavia - Matteotti non riusciva a trovare un collegamento con l’operato e l’ideologia dei comunisti, che vedevano tutti i governi borghesi uguali fra loro e quindi da combattere indifferentemente:
« Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro. »
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - “diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un’opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi”.
Delitto Matteotti
E’ il 10 giugno del 1924, sono da poco passate le quattro del pomeriggio, e Giacomo Matteotti si sta recando a Montecitorio, passando dal Lungo Tevere Romano. Una macchina con a bordo: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, tutti membri della polizia politica fascista, si avvicina al deputato socialista. I cinque fascisti, aggrediscono Matteotti e dopo una lunga colluttazione, durante la quale Giacomo cerca di farsi cadere di tasca la tessera di deputato, lo caricano in macchina rapendolo. Dopo poco tempo trascorso in macchina e dopo essere stato pestato a sangue, Matteotti viene accoltellato sotto l’ascella e al torace da Giuseppe Viola. Il corpo viene portato sulla via Flaminia e seppellito lontano dal centro della capitale. Verrà ritrovato solo il 16 agosto dello stesso anno.
Il delitto Matteotti suscita numerose reazioni sia nella sinistra socialista e comunista sia nell’apparato dello stato fascista.
Dal regime vengono inscenate delle indagini che portano all’arresto e alla condanna ad alciuni anni di carcere per alcuni degli assassini di Matteotti. Questo viene fatto per cercare di discolpare Mussolini e Vittorio Emanuele III come mandanti anche se nelle settimane posteriori all’omicidio se ne assumeranno le responsabilità politiche.
Le motivazioni di questo omicidio politico del regime fascista sono molteplici ed in parte presentano alcuni lati oscuri. La cronaca storica tradizionale ci racconta come motivazione principale il fatto che Matteotti viene ucciso dopo il suo celebre discorso alla Camera dove denuncia i brogli e le violenze delle elezioni del regime. Ma se si va ad approfondire la questione ci si accorge che le motivazioni sono più complesse e diversificate.
Matteotti stava per presentare alla Camera un dossier riguardante le tangenti e le mazzette che la Sinclair Oil americana pagava al Duce e al Re per poter trivellare il suolo siciliano e per i suoi interessi sul suolo libico. Il dossier avrebbe rivelato le collaborazioni economiche americane e multinazionali al regime, ed è un’ulteriore prova di quanto il fascismo del ventennio sia stato espressione degli interessi e dei meccanismi economici e di sfruttamento del capitale. L’omicidio di Matteotti non è il primo nè l’ultimo compiuto dall’apparato fascista ma rappresenta una pratica politica del fascismo vecchio e nuovo.
Due righe devono essere spese però anche riguardo al personaggio politico di Matteotti, segretario del partito Socialista, che insieme al resto della dirigenza del partito di quegli anni fu complice dell’ascesa al potere del Fascismo mussoliniano. Infatti i socialisti, se non quando era troppo tardi, mai cercarono di ostacolare il fascismo in maniera decisa, ma si limitarono ad una blanda opposizione parlamentare e riformista. È indicativa di ciò una famosa citazione di Matteotti di quegli anni riguardo al modo di opporsi al regime: ” Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro.”
Giacomo Matteotti non è sepolto nel cimitero di Alessandria ma qui è presente una lapide alla sua memoria!
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