Francesco Gasparolo
Francesco Gasparolo Alessandria 2 giugno 1858 – 6 luglio 1930
Figlio di Andrea, mercante sarto e di Catterina Ferrari.
Ordinato sacerdote dal vescovo Salvaj il 24 settembre 1881.
Laureato in teologia alla fine del 1882 presso la facoltà teologica di Torino.
Fu viceparroco a Valmadonna e in città nella parrocchia di santo Stefano.
Nel 1887 comparve il suo saggio Dissertazioni storico-critiche su Alessandria in appendice ” iscrizioni romane nell’agro alessandrino ” che segnò un’orma profonda nella storia alessandrina e suscitando polemiche accese, permise altresì accurate indagini su un passato storicamente poco noto.
Il 15 dicembre 1887 fu istituita la Commissione municipale di Storia Arte e Archeologia per la pubblicazione di una raccolta di documenti medievali e il Gasparolo ottenne dal sindaco Moro la somma di L. 300 per 5 anni per le spese di pubblicazione dei vari fascicoli.
Pubblicò nel 1889 il “Liber Crucis”, una collezione di documenti di epoche diverse ma di cui forse il nucleo originario risalirebbe al 1205 e che riportava i documenti più importanti che segnavano i gesti più gloriosi dei tempi.
L’11 marzo 1894 viene designato canonico della cattedrale di Alessandria.
Infiniti sono gli scritti di Francesco Gasparolo, tutti conservati dalla Società di Storia Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti.
TODO: usare piè di pagina
(1) Liber Crucis
FRANCESCO GASPAROLO Tratto da RIVISTA DI STORIA ARTE ARCHEOLOGIA PER LE PROVINCE DI ALESSANDRIA E ASTI SOCIETA’ DI STORIA ARTE E ARCHEOLOGIA (ACCADEMIA DEGLI IMMOBILI) (anno 1901 – fascicolo 2 – pp. 6/23) FRANCESCO GASPAROLO IL “LIBER CRUCIS” DELLA COMUNITÀ DI ALESSANDRIA xxxxxxxxxxx ORIGINE DEL CODICE. Le gravi vicende, a cui soggiacquero le carte Alessandrine, impediscono che circa l’origine del codice si possano dare notizie certe. Quattro ipotesi si presentano, che è necessario considerare per scegliere poscia quella più rispondente alla verità. Nel 1205 il Podestà di Alessandria, Amizone Butraffo, dà ordine a due notai di raccogliere le carte del Comune. È precisamente il tempo, in cui i Comuni italiani, pieni di vita e forti della vittoria contro il feudalismo, si adoperavano a radunare i monumenti delle loro gesta. Le vicine città di Asti, Alba, Tortona, Vercelli avevano i loro codici; fra cui emerge l’Astigiano dato in luce dall’ illustre Quintino Sella. Di Tortona parla il Costa nell’ opera sua. Di Vercelli abbiamo i codici cosidetti Biscioni formati nel secolo XIV’ dal notaio Bartolomeo de Bazolis per ordine del podestà Gasparino Grasso. Anzi tale era la cura di tramandare ai posteri le opere egregie, che certi comuni, oltre gli atti più importanti, annotavano giornalmente quanto accadeva. Della materia nel codice contenuta si prodigavano maggiori cure nel redigerlo; la ricchezza profusa in certi codici è sorprendente. Il codice publicato sotto il nome di Liber Crucis fu davvero quello fatto compilare dal podestà Butraffo nel I205? Questa sarebbe la prima ipotesi. Un’altra indicata dal documento CXXIX, dove si vede che un Inviziati arricchì nuovamente l’Archivio del Comune del codice che era stato o smarrito od inesorabilmente perduto. Una terza emerge dalla narrazione dello Schiavina all’anno 1610 « Iacobus AlltOllills (GuasClIs), Caroli filil/S, scripta olllllia ad rell/publicam Alexandrinam spectalltia aliaq/lC qlltCClIl/lqWt:, quce COI/fusa, et 1/ltllo ordine iII tabulario civitatis asservaballtur, de prototypis exscripta, cOl/feclo syllabo, et i1ldice, iII librtlm ex perga/1/fIla ad boc paratI/w retulit, qui liber ad/J/lc ill codem tabulario pel1itus religiose custoditili ». Finalmente una quarta ipotesi si può formare, che cioè il codice, senz’ essere veramente l’originale del 1205, partecipi in parte di esso, e raccolga in se anche elementi molto posteriori. L’ultima ipotesi è quella che sembra regger di plù, come vedremo, alla critica, perchè la paleografia del codice è quasi sempre sincrona ai documenti, e quindi cominciando dal secolo decimoterzo al decimosesto troviamo la scrittura di tutti i tempi. Dal passo sopra citato dello Schiavina, e per la stessa ragione ora esposta, appare non potersi ritenere la terza ipotesi; infatti egli dice che il Guasco fece descrivere nel secolo decimosesto i documenti, ricavandoli dagli originali, e la scrittura doveva essere uguale. Inoltre evvi menzione di sillabo ed indice, i quali mancano nel codice pubblicato, nè trovasi alcuna traccia che abbiano potuto appartenere. Il nostro codice poi contiene fogli di pergamena che non sono uguali in dimensione agli altri, in modo che la legatura sembrerebbe piuttosto fitta per tenere insieme uniti fascicoli diversi, ‘senza distinzione, appartenenti ad atti degni di conservazione: invece il libro del Guasco doveva essere tutto uguale, perchè “ad boc paratum”. Ne vi mancava certamente un ordine, migliore senza dubbio di quello che trovasi nel Libro della Croce mentre lo Schiavina presenta il codice Guasco formato da una congerie indigesta di pergamene. Qual fine abbia fatto detto codice, che sul principio del sec:XVII si custodiva “pmitlls religiose ” non appartiene a questo luogo investigare. Rimangono le due altre ipotesi, di cui esamineremo la prima. Che nel codice publicato si debba riconoscere quello del Butraffo non vi è argomento persuasivo. Si è detto più sopra che i comuni gelosamente facevano compilare dette raccolte diplomatiche, e che giusta la maggiore o minore importanza e del comune e della materia si dava luogo alla ricchezza, e talora anche al lusso. Non v’ha dubbio che i documenti del Liber Crucis, almeno per la metà, sono della più alta importanza, e neppure v’ha il menomo dubbio che potentissimo era il giovane comune Alessandrino. Non pare ammissibile che mentre i vicini comuni, e specialmente la rivale Asti, sfoggiavano in ornati, il codice Alessandrino sia rimasto povero affatto, mentre non vi troviamo una sola miniatura, e comincia subito con ratto del Butraffo in seconda pagina a tergo senza titolo, senza alcun precedente, per terminare poi in un guazzabuglio di scritture talora orribili e tracciate senza gusto alcuno.
Argomento questo invero non apodittico per chi superficialmente considera la questione, ma in realtà di una importanza grave. Si aggiunge poi che i fascicoli della pergamena non sono continuati, ma si trovano mancanze di fogli e di un intero fascicolo. Anzi, se il codice si arresta al 14° fascicolo numerato, vi sono ragioni gravissime di sospettare che molti altri siano stati omessi. Difatto noi troviamo fascicoli intieramente scritti dal notaio Pietro, fascicoli intieramente scritti dal notaio Ottone, ma nessuno scritto dal notaio Guglielmo; mentre ciò avrebbe dovuto essere, considerando che ogni atto viene sottoscritto da tutti tre, di modo che sembrerebbe essere stato fra di loro diviso il lavoro. È bensÌ vero che a questa osservazione si potrebbe rispondere che l’ordine di compilare il codice dato dal podestà Butraffo riguardava solamente i due primi notai; nondimeno la risposta perde di sua forza, se si considera appunto la quasi costante triplice sottoscrizione non ostante l’ incarico limitato ai due primi. Il passo poi dello Schiavina riguardante l’ Inviziati dice espressamente “qllod’ deperditllm fl/erat”, le quali parole non si devono bensì prendere nel senso assoluto, ma provano ad evidenza che il codice del Butraffo pati burrascose vicende, specialmente nell’ incendio di pochi anni innanzi, quando furono dispersi codici preziosissimi, e nella maggior parte bruciati. Di qui la ragione, per cui non è ammissibile - dopo tutte le altre osservazioni premesse - la integrità. Però nel rigettare in genere questa ipotesi non si può a meno di confessare che vi si trova parte di verità, che cioè il codice nostro per i primi 14 fascicoli proviene dall’ antichissimo codice del Butraffo. E con questa affermazione è chiaro che viene rigettata anche la seconda ipotesi, che cioè il codice sia uno diverso, ed appartenente a Giuliano Inviziati, e nello stesso tempo viene abbracciata la quarta, che abbiamo già incidentalmente approvata . Difatto che non sia un codice peculiare dell’ Inviziati appare molto probabile dall’ argomento che si arrecò più sopra contro il codice Guasco, della non eguaglianza della scrittura nei documenti. Tantochè l’argomento paleografico direbbe invece che l’Inviziati potè salvare alla dispersione del 1392 alcuni preziosi avanzi, di cui ne fece dono alla comunità di Alessandria. D’altra parte la forma autentica, con cui sono registrati i documenti rigetta assolutamente l’ idea di un codice speciale della famiglia Inviziati, e tanto meno di un individuo. Noi crediamo che per ispiegare l’origine del codice si debba anzitutto guardare alla legatura. Fatta esaminare da un valente perito di Roma, essa fu attribuita al secolo decimosesto. Non si esclude però la possibilità di una legatura anteriore parziale di fascicoli. Il che dimostra che in questo tempo si fece la raccolta delle pergamene donate dall’ Inviziati e di quelle posteriori al secolo decimoquarto, aggiungendovi poscia altri fogli in bianco,il che furono riempiti dagli officiali notai posteriori. Laonde la raccolta si comporrebbe spiccatamente di due parti: la prima che chiameremo originale, appartenente al codice Butraffo, e la seconda che chiameremo secondaria, aggiunta dopo il 1392. Circa la prima parte vi potrebbe· essere chi volesse muovere qualche dubbio, ma questo non avrebbe solido fondamento. E di vero la paleografia del secolo, la bellezza, i titoli marginali in cinabro, tutto insomma 1’insieme dà chiaro a vedere che i primi fascicoli appartengono ad una raccolta importante. Lo stesso principio del primo fascicolo, che si trova alla seconda’ pagina retro col documento terzo l si connette coll’ idea di un ricco ornato precedente, verosimilmente miniatura, che avesse dato contezza dell’ importanza del codice. Inoltre la numerazione dei fascicoli, che, in fondo di pagina, procede fino al numero 14 e non più, pone anch’ essa una differenza fra le due raccolte. E ciò si conferma coll’ osservare che mentre la numerazione generale dei fogli del codice si trova superiormente, quella invece dei primi 14 fascicoli ha in fondo una seconda numerazione. Pertanto, confessando che l’origine del codice si trova entro tenebre non facili a rigettarsi, non possiamo a meno, per i motivi sopra esposti, che attenerci al quarto modo di vedere. Passiamo ora a parlare del titolo del codice. Si usava talora desumerlo dal colore della fodera, come anche ai giorni nostri. Quindi abbiamo tanto il Libro Verde di Asti 2, quanto il Libro Rosso di Mondovi 3 e di Perugia. 4 Talora dall’ impronta che recava la f.odera; cosi i codici Biscioni .Vercellesi furono denominati dallo stemma dei Visconti posto sopra di essi, cioè la vipera o biscia. Talora invece da altre circostanze si desumeva il nome. Abbiamo nei comuni d’Italia un codice collo stesso titolo, ed appartiene alla Cattedrale di S. Zeno di Pistoia. Il titolo nostro deriva certamente dal contenere l’ atto di donazione della S. Croce, il quale anzi è ripetuto. Opizone Reversati,. guerriero Alessandrino, avea anch’ egli preso la croce insieme a molti illustri compatrioti, ed era partito per la spedizione di Zara, donde poscia l’esercito si rivolse su Costantinopoli per consiglio di Alessio Giuniore e la tolse all’ usurpato re Alessio Comneno prima nel 1203, quindi a Murtzuflo nel 1204.4 Nella presa di questa metropoli l’Alessandrino si ricordò della sua patria, e fra il tumulto di quei giorni seppe conservare un prezioso dono da allietare i suoi concittadini. E 110 furono essi ingrati al beneficio, ma istituirono una solenne festa ad onore della Santa Reliquia, come a protettrice della Città. Chi fosse questo Opizone Reversati non sappiamo precisamente. Pure ci sarà permesso fare qualche congettura, che cioè appartellesse alla nobile famiglia dei Sappa, la quale diede uomini distinti per armi e per magistrature sostenute. Il più conosciuto di questa famiglia è il letterato Alessandro Sappa in tempi a noi vicinissimi. Nel nostro codice troviamo un atto non compito per difetto di nomi, compito però dai Zumellta Hist.ivi fra i consiglieri di Alessandria è nominato pure Sapa Reversatus. L’atto appartiene al 1192, sei anni prima che gli alessandrini partissero per la crociata, per il chè vediamo che egli avea grande stima presso i concittadini. Non sarebbe improbabile che questi fosse LUDOVICO ZDEKAUER, Codiu diplomatico Pistoiese. Appunto il nostro Opizone dei Sappa cognominato Reversati, cioè ritornato dalla crociata. Al qual proposito si deve notare che nel 1188 essendo avvenuta la terza crociata aveva potuto già militare in terra Santa, ove trovavasi in angustie il Marchese di Monferrato, Corrado, ed acquistare dopo il ritorno un tal cognome per cui si differenziava dagli altri della sua gente. Non essendo quindi più necessario il prenome Opizo, questa potrebbe essere la ragione per cui trovasi nei citati luoghi soltanto la denominazione di Sapa Reversatus. Il titolo di Liber Gmcis non può essere avvenuto se non in tempo relativamente tardo per il codice, e precisamente al secolo XIV o tutto al più al principio del secolo XV; almeno ciò devesi ammettere secondo le notizie che ci rimangono intorno alla storia di detto codice. Difatto i due atti che si trovano di donazione della vera Croce sono stati stesi dal notaio Desiderato di Gavi, il quale appunto viveva nel sec. XIV,; e quindi non possiamo aver modo di dire diversamente, come si vedrà più avanti. È bensì vero, come anche diremo più sotto, che il codice è monco, ma è puranco vero che non si può fondare una congettura plausibile sopra di questo. E qui si presenta una questione abbastanza difficile. Noi troviamo menzionato spesse volte come esistente presso l’Archivio Comunale di Alessandria il liber clavium, Iiber clava/uso È egli una stessa cosa col Liber Cmcis, oppure sono due espressioni significanti due cose diverse? Vi è una sentenza che afferma, appoggiata al documento del 1419, in cui si trova il processo circa l’incendio dell’ Archivio avvenuto nel 1392. Dice il documento che fra i pochissimi codici scampati al furore popolare si trovava MICHAUD, il Liber clavis; per la qual cosa, se si attende al sacco patito da Alessandria nel 1499, ed alla compilazione fatta da Giacomo Antonio Guasco nel 1610, parrebbe che questi avesse conservato le reliquie del Liber Clavis col titolo novello di Liber Crucis. Tale opinione forse non regge alla critica per molti motivi che accenneremo. E prima di tutto converrebbe ammettere che il Liber Crucis sia il codice Guasco; sentenza, che pare non ammissibile. Molto più che il titolo di Liber Crucis avvenne non prima dell’età del notaro Desiderato da Gavi, e non molto dopo, essendo questi che trascrisse i due documenti nel nostro codice; quindi il titolo apparterrebbe al sec. XIV o tutto al più principio del sec. XV. Che se osservasi il silenzio dei cronisti all’anno 1499 circa il punto particolare di dispersione del codice ed anche solo di scritture in generale, non vi esisterebbe ragione per affermare che il Liber Clavis dopo il I392 abbia subito mutazione: eppure evidentemente il nostro codice ha una storia fortunosa, che nessuno potrà mai negare, il quale osservi semplicemente il modo onde fu compilato. E finalmente si può dire, che l’opinione, di cui ora ci occupiamo, sÌa contradditoria in se stessa; imperocchè ammesse le mutazioni accadute circa il Liber Clavis ed ammesso il lavoro di raccoglitore delle sparse membra che si vuoI ravvisare nel Guasco, non sarebbe il nostro codice certamente più il Liber Clavis antico, ma tutto al più una parte più o meno grande di esso. Perciò esporremo brevemente quanto da parte nostra opiniamo su questa questione. Il codice nostro senza dubbio era chiamato per antonomasia Liber Comltl/is: imperocchè il libro che ciascuna città possedeva per inscrivere gli atti più importanti prendeva per rappunto un tal nome. Quando gli Astigiani, i quali erano entrati nella Lega Lombarda e vi si erano obligati per un certo termine, vollero disfarsene, gli Anziani Rettori di detta Società spedirono una circolare alle singole città della Lega, ammonendole della fede mancata e dichiarando quelli al bando, fu per espresso loro comando inserito in Libro Comunis di ciascuna città. l Il Liber Comunis di Alessandria avea il nome particolare di Liber Comunis Clavatus (diverso dal Liber Clavatus e Liber Clavium),
Di fatto gli statuti qella maggiore importanza civile venivano per espresso comando del magistrato inseriti in essi: cosi lo statuto del 1216 intorno alle usure, come dovean essere regolate, a “quali azioni davano luogo, e come si prescrivevano; lo statuto fatto a difesa dei beni e delle persone degli emendatori della materia statutaria, i quali soggiacevano facilmente alle vendette dei privati ed agli odii dei popolari; l’elenco dei nomi, che si riferiva ad un altro statuto formato intorno agli oblighi dei nuovi abitatori di Alessandria; lo statuto della comunione degli oneri e degli onori degli abitanti della Città e dei luoghi concorsi all’ ampliamento di Alessandria. Né per questo sì può dire che Lt’ber Comtllis Clavatus fosse riservato al libro degli statuti, poiché le espressioni indicano una iscrizione speciale, mentre quella che si faceva nel Liber Statutorum sarebbe stata di ragione ordinaria. Inoltre il Liber Statutorum non possiede l’autentica notarile sotto ogni singolo statuto, mentre invece quelli che si trovano nel nostro codice per espresso comando la ricevettero. La differenza é evidente dal documento 118 citato. Lo Schiavina, il migliore fra gli annalisti Alessandrini e dal quale”nella maggior parte prese le notizie il Ghilini, in più luoghi fa menzione di un Liber Clavium Crucù; questo però non è il Liber Comunis Clavatus, il quale é ignorato da lui, come si può” vedere dall’ opera sua, Invece era una cronaca molto importante e che, a nostro modo di pensare, avea tolto in massima “parte i documenti dal nostro codice. Egli lo cita subito nel proemio, laddove si lamenta della scarsezza delle fonti, a cui dovette attingere. Alexandrinomm, que iniuriam et iniqititatem temporum effllgertmt ». E più chiaramente scrive: « fuerunt siquidem iom Alexandrinis sui annafes mantlseripti, quibus titullls erat, Liber Clavium Crucis, qui liber modo ltlllibi lIsquam invenitllr; fama mim est illmll haeslra d!ale vitio quortlam civiu, quod in eorum maiores styli aciem strinxerant, deperiisse, paucis tantu ex illo superstitibus relictis fragmentis ». Dal secondo passo allegato si conosce la probabile causa di smarrimento degli Annali; come pure si conosce che esso per disteso recava moltissimi documenti, quali oggidì troviamo nello Schiavina, poichè questi dopo le ultime parole « paucis tantttm ex illo sllperstitibus relictis fragmmtis)) soggiunge « inter quce extat hoc fa!dus}), vale a dire l’atto con cui Federico Imperatore riceveva Alessandria nella grazia sua. Nel che si deve notare che dal confronto del nostro codice collo Schiavina riguardo a detto atto si ravvisa chiaramente una diversità tale da far supporre diversa fonte, e così si conferma sempre più quello che dicemmo, avere cioè lo Schiavina ricavato i documenti dalla citata cronaca. La quale molto più ne doveva avere, come si arguisce dalle parole seguenti, parlando di Villa del Foro: « Id arguit, prceter tabulas nas quce in annales insertce de forensibus agtlnl, diploma privilegii, anno Domini MCLXXIX tempIo Divce Marice de Foro ab Alexalldro Max. Pont concessi ». Insistendo sul Liber Clavium Cruds, il passo più decretorio a provare la diversità dal nostro codice si trova nello stesso Schiavina, là dove fa ricerca del luogo e del modo, con cui Guglielmo, marchese di Monferrato, venne preso prigione dagli Alessandrini. Ivi, citati a favore di una sentenza parecchi cronisti, continua: « Verum fonge aliter sentimlt auetor libri Clavillm Crucis (sic nuncupantur, 1It diximus alibi, veteres Alexandrinomm annales, qui desiderantelT; nam prceler pauca qucedam fragmenta, unde bd!c hausimtts, eorum nihil prorsus habetllr) et posi eum Bernardinlls Corius·». Era quindi il Liber Clavium Crucis una storia documentata e della massima importanza: la sua perdita non sarà abbastanza lamentata insieme alla perdita di molti altri annali. E che altri annali si trovassero a schiarire la Storia Alessandrina si arguisce da molti passi degli storici, di cui citeremo solo quello che trovasi presso lo Schiavina, scrivendo dell’ aiuto dato dai Torriani di Milano ai Guelfi Alessandrini nella rivolta contro il Marchese di Monferrato: (tradlmt ettim annales quidam, auxilio in huinsmodi expeditione maxit/w fuisse Alexandrinis Turrianos). Dalle cose predette conchiudiamo che il nostro codice non si deve confondere nè col Liber Statutorum nè col Liber Clavium Crucis. ----- Rimane una grande difficoltà che ci presenta il Lumelli nella sua cronaca, nella quale parla del Liber Crucis. E la difficoltà si fa molto maggiore inquantochè il Lumelli visse non molto prima ,dello Schiavina: se questi ignorava il nostro codice, come abbiamo sopra asserito, come poteva citarlo quegli? Il Lumelli scrive che all’ ampliamento di Alessandria essendo concorsi alcuni popoli circonvicini, i nuovi abitatori della città novella furono insigniti del diritto di cittadinanza (( Qua de re nov.e ttrbis conditores bmeficiorum memores eosdem bOllorificentissimo decreto in cives cooptarunt et adsciverunt; quod in Libro Crucis religiose observatur ». Simile cosa ripete più avanti. Senza dubbio si riferisce al documento del 1221, 18 Marzo, che si trova nel nostro codice. Nondimeno presso lo stesso scrittore vi è un altro passo importante per lo scioglimento della difficoltà. lvi si dice: (( Senatus Populmque Alexandrinus die decimo quarto (I220) martii, tlt quantum fieri posset per hominltn memoriam conserarettlr id, quod dignum omni memoria a republica ipsa gestum era t, et ne beneficiorum memoria in rempublicam collatorum interdderet, sanxit, ut Petrus Ferrarius reipttblic.e Cancellarius leges MuniciPales quasdam observatas diligenter er rempublicam exscriberet ad .eternam rei memoriam, (in/er quas reperta fuit lex illa, quae slImmam redolet gratiam, et liberalt’tatem in benemeritos de urbe Alexandrina ). I Questa legge è appunto il decretutn honorificentissimutll sopra citato, come si può anche vedere presso lo Schiavina, che narra la stessa cosa: (( Postero anno (122I), XIV Kalendas aprilis, Ugone Praalone Alexandria Praetore, curante Maphaeo de Curtenova judice, et eiusdem Ugonis vices gerente, leges quadam tmmicipales, et decreta approbata sunt, et in codicern relata. Inter qUa? habetur hoc, quo sancitum est, incolas tmiversos eOrtlm lunicipiortll, quorum subsidio, et opera, Alexandrina Respublica cre’vit, in cives esse cooptandos etc. ». Nel che per altro si trova una diversità di data sul quando furono raccolte le leggi municipali. Ciò posto è evidente che, siccome la seconda citazione del Lumelli va parallela colla prima, così Liber Crucis era denominato il codice formato da Pietro Ferrari, quegli stesso che da Amizo Butraffo nel 1205 avea ricevuto l’ordine di formare il nostro codice. Forse la diligenza posta nella prima importantissima raccolta, l’eleganza della scrittura e senza dubbio. anche degli ornati, la utilità apparsa agli occhi dei magistrati Alessandrini furono tutte validi motivi a confidargli un nuovo incarico e fame eseguire una seconda che costituirebbe in parte il nostro codice. Lo Schiavina bensÌ tace il nome del collettore ed attribuisce la collezione al 1221, ma il Lumelli ci disvela il nome e l’attribuisce al 1220. Le circostanze più precise narrate dal secondo ci sembrano più opportune ad ammettere la seconda data per veritiera. Nè si può obbiettare che il Lumelli nella seconda citazione intese appunto il nostro codice, il quale venne scritto da Pietro Ferrari per comando dei magistrati Alessandrini; nel qual codice trovasi il documento da lui citato. Imperocchè è assai inverosimile, per non dire impossibile, che abbia commesso un errore tale, essendochè in capo al codice nostro nel secondo foglio vi è subito il comando dato di compilare il codice nel 1205 da Amizone Butraffo, e non solo a Pietro Ferrari, ma eziandio ad Ottone.
Invece il Lumelli parla dell’ anno 1220 e del solo Pietro Ferrari; e veramente si sa dallo Schiavina, che solo differisce di un anno nella narrazione, di una edizione di leggi municipali; questa non può essere che quella del Lumelli. Abbiamo quindi un altro codice che non è il nostro Liber Crucis e che pur tuttavia ne. conserva interamente il nome. Indizio questo o di una enorme confusione avvenuta negli storici o di una moltiplicità dì codici. Di confusione; perchè trattandosi di un codice di tanta importanza, quale è certamente il nostro, doveva esser vivo il suo nome presso i letterati specialmente e gli uomini dotti di Alessandria; e quindi ammesse varie peripezie del codice, e per conseguenza ammesso che in qualche tempo si fosse smarrito (come appunto sembra esser avvenuto al tempo dello Schiavina) non è improbabile che il suo nome sia stato affibbiato a qualche altro. Di moltiplicità; poichè nel citato libro di leggi municipali vi sarà stato con tutta verosimiglianza anche inserito l’ atto di donazione della vera Croce di 0pizo Reversati, e tutte le disposizioni prese conseguentemente dai magistrati a suo onore, fra le quali è da annoverarsi quella del 1208.’ Qualunque però possa essere il motivo di un tal nome, pare abbastanza verosimile che nei luoghi citati il Lumelli ignorasse affatto il nostro codice. Pare quindi erroneo quanto asserisce l’Avalie a tal proposito; come pure il Ch. Vincenzo Ferrero Ponziglioni, il quale anzi chiamando Annali il Liber Crucis verrebbe, se non erriamo, a confonderlo col Liber Clavillm Crllcis. Soltanto rimangono alcuni passi assai difficili a spiegarsi dello stesso Lumelli, da cui parrebbe che egli veramente intendesse parlare del nostro codice. Parlando della famiglia Bonelli, da cui discese il celebre cardinale Alessandrino, nipote di S. Pio V, asserisce che nel Liber Crucis più volte di essa si fa menzione; e veramente nel nostro codice se ne trova commemorazione in , SCHIAVINA, 1, 279. 2 AVALLE, Val. IV, pago 399. In altro luogo dice che vien fatta menzione nel Liber Crucis degli Anziani Giacomo Secondo e Nicolao Arnuzzi;’ e trovasi di fatto tale menzione nel.documento 85 ai 15 Giugno 1296. Più di tutto però proverebbe la conoscenza del Lumelli del Liber Crucis il passo che riguarda l’anno 1427: « Die ultimo octobris Iulianus Invitiatus, dum liber publicus, quem Crucis appellant, deperditlls ac Consilatus fidsset, sponte illum rei Publicd! Alexandrind! obtulit, qua de re maxime laudandlls est, CU1ll si liber ille amÌ5sus fuisset, civitas llihil haberet 1I11de antiquitatem et res gestas tueretur Sllas ». A tutti questi passi non abbiamo una ragione che pienamente soddisfi, e quindi una risposta perentoria; convien confessare che la confusione non potrebbe essere maggiore. Nondimeno osserviamo che questa notizia di Giuliano Inviziati si trova in quella parte del codice che certamente è molto posteriore alla prima, cioè al decimoquinto fascicolo, il quale manca della numerazione inferiore (come meglio si dirà in appresso), mentre i precedenti ne sono forniti; similmente il detto fascicolo è minore in dimensione e senza dubbi? non rispondente agli anteriori. Riguardo alla famiglia Bonelli l’argomento potrebbe avere ben poca forza, perchè essa facilmente si troverebbe in qualsiasi altro codice alessandrino. Il che pure potrebbe dirsi degli Anziani, sebben si debba ammettere che non è tanto ovvia una tale risposta, trattandosi di due nomi categoricamente citati in un atto appartenente al 1296; però anche qui vogliamo osservare che il documento 85 del nostro Liber Crucis) si trova bensì insieme alla raccolta prima e più antica del codice, ma inseritovi posteriormente da un notaio, il quale nessuna parte ebbe alla sua compilazione, cioè da Desiderato di Gavi. Insomma, a dir breve, noi riconosciamo pienamente che con certezza non si può asserire il Liber Crucis del Lumelli non essere il nostro; tuttavia i passi contrarii sopra allegati non hanno tale forza da distaccarci dalla nostra opinione, ma tutto al più potremmo concedere che al tempo del Lumelli si conosceva una parte del nostro Liber Crucis. Questo, come sopra abbiamo già accennato, è piuttosto una raccolta, che non un codice vero e continuato; il che meglio apparirebbe dalla descrizione di esso. E finalmente sempre si presenterebbero fortissime a superare, qualora volessimo abbandonare la nostra idea per abbracciare la comune, le spiegazioni dei motivi che indussero l’autore a tacere la notizia importantissima della compilazione del Liber Cn/cis nostro; omissione fatta eziandio dallo Schiavina, che pur riporta un atto del Podestà Amizone Butraffo, con la firma del notaio Pietro Ferrari; omissione accresciuta da quella dell’ anno 1427, riguardo al ritronmento del codice. E poichè abbiam confrontato insieme i due annalisti che scrissero circa lo stesso tempo, non sarà fuori luogo notare che anche il Lumelli pare aver consultato il Liber Clavill1ll Crucis. Raccogliendo ora le vele possiamo offrire più nettamente la nostra opinione, la quale fu già ricordata sopra. Il Liber Crucis non può interamente essere il Liber Clavatlls o Liber C/avis, perché il Liber Clavatus recherebbe con sè i segni di una raccolta ordinata; il che non travasi certo nel Liber Crucis. Se invece diremo comprendere parte di detto Liber C/avis dobbiamo ammettere in ciò grande probabilità; come parimenti parte del Liber Cmcis Lumelliano, escludendo affatto il Liber ClaviulIt Crucis della Schiavina. Un raffazzonamento di fascicoli, che vennero agli Alessandrini risparmiati dagli incendi, dalle devastazioni, anche dalle private depredazioni, insieme legati in un codice solo: ecco il Liber Crucis che venne testé alla luce. In esso la prima parte sarebbe il Liber Comunis Clavatus o Liber C/avis (ammesso che le due espressioni significhino un solo codice). Il ragionamento finora fatto è confermato da un passo di un codice esistente nell’ Archivio Municipale sotto la categoria Cl/lto. Detto codice appartiene alla fabbriceria. Il nome Claval/lS, Clavis ci riporta l’ idea della importanza del codice, che veniva chiuso da chiave. Non si può sapere, se questa chiusura venisse effettuata mediante la legatura stessa del libro, oppure (come inclineremmo a credere) il codice venisse depositato in qualche scrigno, da cui non si potesse levare, se non in caso di necessità colla chiave depositata presso il Podestà del Comune. Come rispondente al Liber Clavatus abbiamo il Liber itlcatmatus; metodo questo che si usava presso tutti i comuni del Medio Evo, affinché nessuno potesse involare il libro destinato a dare di sé notizia a qualsiasi visitatore. Anzi ancora presentemente si può vedere presso qualche Municipio il libro degli antichi Statuti colla catenella che serviva appunto a tale ufficio. Era di fatto prescritto che il codice si trovasse sul banco del Podestà o dei suoi giudici, allorché siedevano in tribunale. Nondimeno abbiam detto dubitativamente essere una stessa cosa il Liber Clavis col Liber Clavatl/s, perché nessun argomento positivo ci é garante della verità. Poteva un tal titolo di Liber Clavis procedere da ben altra ragione che non il Liber Clilunis Clavatlls; esempio ne sia il Liber Claviu Crucis, che certamente si riporta all’ atto, con cui il Comune di Alessandria scelse otto famiglie, alle quali diede una chiave per la custodia delle insigni reliquie, essendone una riservata al Podestà, ed in tempo posteriore un’altra al Vescovo ed una terza al Capitolo. In quanto poi al titolo surrogato di Liber Crucis già precedentemente abbiam detto che dev’essere stato imposto nel sec. XIV o principio del XV; ora é tempo che meglio spieghiamo il nostro concetto, che abbiam troppo brevemente proposto. Trattandosi invero di una raccolta non si può assolutamente fondare una congettura, se non nel tempo in cui essa fu fatta. Noi troviamo i due atti di donazione che Desiderato da Gavi inserì nel codice, ma non possiamo dire che al suo tempo, vogliamo dire al fine del sec. XIII o principio del XN, abbia preso piede un tal nome. La parte, ove trovansi i due citati atti, è la prima della raccolta, e questa poteva aver appartenuto ad un altro codice; anzi appartenne certamente al Liber Clavatus antico. Adunque, finché detto libro fu in piedi, nessun altro titolo fu sostituito, ma solo quando perdutosi’ nel naufragio delle carte” Alessandrine se ne conservò una parte soltanto, che entrò poscia nella raccolta. Nel secolo XVI, almeno dalla seconda metà in giù, possiam affermare che il nostro codice era ignorato, non avendolo conosciuto i due annalisti Lumelli e Schiavina. Nondimeno ci pare poter concludere ancora una volta, da quanto sopra abbiamo osservato, che venne detta raccolta fatta e battezzata con tal nome o nel secolo XIV ° principio del secolo XV.
Opere
Dettagli
- Ubicazione